Tumore ai polmoni: ecco cosa può aumentare il rischio

Pubblicato il 14 marzo 2016 10.57 | Ultimo aggiornamento: 14 marzo 2016 10.57

Tags:

 
Tumore ai polmoni si può "fiutare" con naso elettronico

Tumore ai polmoni: cosa può aumentare il rischio? Pane, riso bianco, crackers, ma anche meloni, ananas, frutti zuccherini: questi gli alimenti messi sotto accusa dallo studio condotto in uno dei piu’ prestigiosi centri di eccellenza contro i tumori degli Stati Uniti. Questi e altri cibi con alto ‘indice glicemico’ – che fanno cioe’ scattare la produzione di insulina nel sangue – sono stati legati ad un aumentato rischio di uno dei piu’ temibili tumori: quello dei polmoni. Pubblicata sulla rivista ‘Cancer Epidemiology and Biomarker’, la ricerca ha osservato un’associazione tra le abitudini alimentari con elevato indice glicemico dei pazienti analizzati, e la comparsa del cancro polmonare, sia tra fumatori che tra non fumatori. Anzi: specialmente tra questi ultimi, il rischio rilevato di sviluppare tumore dei polmoni sarebbe addirittura doppio per chi segue una dieta con piu’ cibi che fanno scattare l’insulina, rispetto alla media delle persone.

Per i fumatori, il rischio di tumore polmonare aumenterebbe del 50% tra chi assume piu’ cibi zuccherati ed amidacei. L’indagine ha analizzato le abitudini alimentari di 1.905 pazienti con una diagnosi recente di tumore dei polmoni, confrontandole con quelle di altre 2.415 persone volontarie sane. L’ipotesi degli esperti – ancora da verificare – e’ che gli alimenti ad alto tasso glicemico, insieme alla produzione di insulina, stimolino anche il fattore di crescita IGF, che a sua volta potrebbe indurre una proliferazione incontrollata delle cellule cancerose.

Uno studio dello University College di Londra, cui hanno partecipato ben 36 ricercatori internazionali, avrebbe inoltre scoperto quello che potrebbe essere il “Tallone d’Achille dei tumori”. Pubblicato sulla rivista Science, la ricerca mostra che i tumori hanno al loro interno ‘i semi’ della propria distruzione e promette di mettere a punto, nel giro di un paio di anni, terapie personalizzate ed efficaci. Il quotidiano Guardian, parla di “possibile rivoluzione nei trattamenti”. Di fatto non è la prima volta che i ricercatori cercano di ‘indirizzare’ il sistema immunitario contro i tumori, ma la difficoltà incontrata è la rapidità con cui le cellule tumorali mutano. In questo caso, lo studio finanziato dal Cancer Research UK, la Società britannica per la ricerca sul cancro, ha individuato delle proteine, che rappresentano nuovi antigeni, presenti sulla superficie di tutte le cellule tumorali. Queste fungono da ‘bandierine’, agiscono cioè da target del sistema immunitario.

Secondo i ricercatori, una volta individuate e isolate attraverso una biopsia possono essere moltiplicate in laboratorio e poi reinfuse nel paziente, come un vaccino, così da impiegare i linfociti T come un ‘esercito anti-cancro’. “Il sistema immunitario fatica a tenere a bada il cancro, esattamente come è difficile per la polizia avere la meglio sulla criminalità nel momento in cui accadono troppe cose”, spiega Sergio Quezada, ricercatore del Cancer Research UK e uno degli autori dello studio. Allo stesso modo le cellule immunitarie sprecano risorse preziose a rincorrere antigeni che non sono presenti sulla superficie di tutte le cellule tumorali.

“La nostra ricerca – prosegue – mostra che invece di inseguire senza meta i criminali nei vari quartieri, possiamo dare alla polizia l’informazione di cui ha bisogno per arrivare alla radice del crimine – ovvero il punto debole del tumore – ed eliminare il problema”. A esser stati esaminati sono stati casi di tumore al polmone in stadio precoce e melanomi, i due tipi di tumore per i quali è maggiormente disponibile letteratura scientifica sull’efficacia dell’immunoterapia, branca dell’oncologia, che mira a riattivare il sistema immunitario del paziente, che il tumore ha bloccato per poter crescere. Per Carmine Pinto, presidente dell’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom), lo studio conferma quello che ritenevamo fosse tanto il meccanismo di azione che la possibile cura, ovvero rieducare il sistema immunitario per renderlo un’arma contro il cancro. La cosa importante è che ne da una validazione all’interno di un sistema sperimentale”.

La scoperta dovrebbe portare entro due anni a sperimentare possibili trattamenti in grado di guarire anche malati in stato avanzato, spiegano gli autori. Tuttavia potrebbe non essere così semplice: sviluppare un ‘vaccino’ personalizzato potrebbe richiedere più tempo di quanto un paziente abbia a disposizione, e, proprio per la sua personalizzazione, potrebbe esser molto costoso.