Alzheimer, scoperto un modo per “recuperare” i ricordi

Pubblicato il 17 marzo 2016 12.00 | Ultimo aggiornamento: 17 marzo 2016 01.59

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B OSTON – Alzheimer, quando è alle fasi iniziali è possibile recuperare i ricordi. E’ quanto hanno scoperto i ricercatori del Riken-Mit Center for Neural Circuit Genetics di Cambridge, negli Stati Uniti, che hanno scoperto come in quel momento dell’affacciarsi della demenza senile i ricordi sono ancora immagazzinati nel cervello e possono essere ‘ripescati’ stimolando specifici neuroni nella regione dell’ippocampo.

Nel loro esperimento i ricercatori sonoriusciti a riaccendere la memoria nei topi stimolando il cervello con un raggio di luce, grazie alla tecnica dell’optogenetica finora mai sperimentata sull’uomo.

I risultati rappresentano, al momento, solo “una prova di concetto”, come sottolineano gli stessi autori dello studio, ma dimostrano che il deficit di memoria che si manifesta all’esordio dell’Alzheimer è dovuto soltanto ad un problema nel recupero delle informazioni memorizzate, e non alla loro codificazione o al loro immagazzinamento, aprendo così la strada a nuove terapie.

Il ‘ripescaggio’ dei ricordi nel cervello è azionato da dei piccoli bottoncini (le cosiddette ‘spine dendritiche’) che connettono fra loro i neuroni e che sbocciano come germogli ogni volta che uno stimolo esterno fa rivivere un’esperienza ridando vita ad un ricordo.

Nei malati di Alzheimer queste spine dendritiche tendono a diminuire nel tempo, affievolendo il ricordo. Ma l’esperimento condotto sui topi dimostra che possono essere nuovamente stimolate a crescere.

I ricercatori lo hanno fatto grazie all‘optogenetica, una rivoluzionaria tecnica di controllo dell’attività cerebrale che consente di usare un fascio di luce per accendere e spegnere a comando specifici neuroni manipolati geneticamente per essere sensibili alla luce.

Stimolando i neuroni i ricercatori sono riusciti a riportare il numero di spine dendritiche allo stesso livello dei topi sani, ripristinando la memoria per sei giorni. La stessa tecnica non può ancora essere applicata sull’uomo, perché troppo invasiva, ma in futuro potranno essere sviluppate nuove strategie di stimolazione ultra-precisa per ottenere risultati simili a quelli visti nei topi