"Fai bei sogni" di Massimo Gramellini diventa un film. Regia di Marco Bellocchio

“Fai bei sogni” di Massimo Gramellini diventa un film. Regia di Marco Bellocchio

12 Maggio 2015 - di Daniela Lauria

TORINO – Fai bei sogni (Longanesi, 2012) commovente romanzo autobiografico di Massimo Gramellini, diventerà un film. Alla regia un maestro indiscusso del cinema italiano: Marco Bellocchio. Le riprese sono iniziate lunedì 4 maggio a Torino: il film è prodotto da IBC Movie – Kavac Film – Rai Cinema – ADvitam con il sostegno di Mibact, Film Commission Torino Piemonte e Fip. Tra le location anche la Basilica di Superga, case private e altri esterni del capoluogo piemontese.

Il libro, con oltre un milione di copie vendute, è stato tra i romanzi più amati del 2012 rimanendo per oltre cinquanta settimane in cima alle classifiche. Racconta il dolore di Gramellini bambino, e poi adulto, privato della sua ancora di vita, la mamma, portata via da un “brutto male” la notte di San Silvestro del 1969. Quale male potrà mai essere bello? Si domanda il piccolo Massimo mentre in lui cresce insidioso il male di vivere, che poi è paura dell’abbandono, timore della verità e dunque negazione. Fai bei sogni, leggiamo in quarta di copertina, è dedicato a quelli che nella vita hanno perso qualcosa. Un amore, un lavoro, un tesoro. E rifiutandosi di accettare la realtà, finiscono per smarrire sé stessi.

“Fai bei sogni” sono state le ultime parole che mamma Giuseppina ha detto al piccolo Massimo, 9 anni appena, baciandogli la fronte e rimboccandogli le coperte. La mattina dopo la morte se l’era portata via, senza alcun diritto e di soppiatto, segnando l’inizio di una bugia lunga una vita. Un segreto celato per quarant’anni in una busta marrone contenente un ritaglio di giornale: la verità sulla morte di sua madre che Massimo aveva a lungo cercato di evitare. Ecco perché Fai bei sogni è soprattutto un libro sulla verità e sulla paura di conoscerla.

Con l’uscita di scena di Giuseppina Pastore nel cuore del figlio si insedia un demone interiore, che Gramellini chiama Belfagor, come il fantasma del Louvre. Un “mostro molle e spugnoso” che si nutre delle sue angosce, frapponendosi tra l’uomo e la realtà, impedendogli di attraversare definitivamente quel dolore e radicandolo nell’errore di un’esistenza di rifiuti e abbandoni, sofferenze confermate che lo distolgono dal traguardo di una felicità spaventosa proprio perché imprevedibile.

Ne esce fuori il ritratto di un Massimo Gramellini inquieto, insicuro e inadeguato, molto diverso dal giornalista ironico e spavaldo che tutte le mattine ci dà il Buongiorno dalle colonne del quotidiano La Stampa. Il sofferto traguardo sarà la conquista dell’amore e di un’esistenza piena e autentica, grazie all’incontro con la compagna Elisa.

Difficile pareggiare in immagini con la prosa brillante di Gramellini che è un torrente di sensibilità, umiltà e delicata ironia marchiato a fuoco in ogni frase. Di sicuro, lo sguardo penetrante di Bellocchio è uno dei pochi in grado di interpretarlo. Il protagonista del film omonimo è Valerio Mastandrea, la fidanzata Elisa è interpretata da Berenice Bejo. Tra gli altri attori: Fabrizio Gifuni, Guido Caprino e Barbara Ronchi, nel ruolo della mamma.