Caterina Sforza, la donna che incantò Leonardo e Botticelli

Pubblicato il 7 settembre 2016 11.26 | Ultimo aggiornamento: 7 settembre 2016 11.33

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R OMA – Caterina Sforza, la donna che incantò Leonardo e Botticelli. Una nobildonna dall’indole guerriera e moderna, che si distinse per la sua intelligenza, raffinatezza e intraprendenza. Figlia illegittima di Galeazzo Maria Sforza, duca di Milano e di Lucrezia Landriani, moglie del cortigiano Gian Piero Landriani, nacque a Milano nel 1463. Fin da piccola aveva le idee molto chiare: a dieci anni sposò Girolamo Riario, nipote di papa Sisto IV, al posto della cugina Costanza Fogliani. Le nozze aprirono la strada al connubio tra i duchi di Milano e lo Stato Pontificio. Una svolta nella vita di Caterina, signora di Imola e Forlì, che la portò a diventare una figura chiave della famiglia, tanto che quando Sisto IV morì, fu lei a prendere in mano la situazione e non il marito. Incinta di sette mesi, Caterina Sforza prese possesso di Castel Sant’Angelo, accompagnata da un reparto di soldati. Il principio di una serie di episodi che la resero protagonista delle vicende storiche e politiche del suo tempo.

Oggi è Francesca Riario Sforza, discendente dell’affascinante contessa, a raccontare le gesta della figlia di  Galeazzo Maria Sforza nel libro, “Io, Caterina” (Casa editrice Nord). Un volume che restituisce spessore a questa importante figura storica, che si confrontò con personaggi del calibro di Leonardo e Botticelli. Come scrive Giulia Ciarapica su Il Messaggero:

“(…) Caterina fu una donna di raffinata cultura, fautrice della raccolta di Experimenta, in cui si trovano ricette di balsami e preparati medicamentosi, che la resero famosa in tutta la penisola. Passionale e a tratti incapace di domare la rabbia, la Sforza Riario, grande studiosa di alchimia e chimica, strinse una fruttuosa, seppur tormentata, amicizia con Leonardo da Vinci, legame che funge da filo conduttore per tutto il romanzo (…) Entrambi attenti osservatori della realtà, cercavano di approdare all’invenzione di una macchina che, al contrario di un’artista, usasse la più totale obiettività nel ritrarre le cose, i fatti, le persone’. Tra gli incontri che la contessa di Forlì ebbe a Roma, così come quelli alla rocca di Ravaldino, ci fu anche quello con il Botticelli, col quale Caterina ebbe un dialogo breve ma significativo, rivelatore di quell’ardore anticonformista che l’avrebbe sempre caratterizzata. Mentre l’artista era intento a ritrarla, Caterina, spiazzandolo, gli chiese ‘Voi pensate che noi donne possiamo ottenere un certo potere?‘, e aggiunse ‘Non intendo il potere delle nobildonne, intendo il potere della donna in assoluto‘”.