Sindaci delle Città del vino: no alle unioni tra piccoli Comuni

Pubblicato il 20 maggio 2016 20.26 | Ultimo aggiornamento: 20 maggio 2016 20.28

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Sindaci delle Città del vino: no alle unioni tra piccoli Comuni

R oma – Sindaci delle Città del vino: no alle unioni tra piccoli Comuni.

Nella storia d’Italia il Comune è un elemento centrale di una solida tradizione civica che dal medioevo arriva alla nostra Costituzione. Ma se venisse approvato il disegno di legge che prevede la fusione dei centri sotto i 5mila abitanti (n. 3420 del 16/1/2016) tanti piccoli paesi, fortemente identitari, si vedrebbero riassorbiti in entità amministrative più grandi, più larghe, anonime, disomogenee, perdendo quelle funzioni di governo di prossimità, mirate e competenti, finora al servizio del cittadino e delle imprese.

Già molte “associazioni di Identità” hanno criticato il provvedimento in discussione in Parlamento e anche Città del Vino ha più volte sottolineato come la fusione obbligatoria dei Comuni sotto i 5mila abitanti metta in allarme – ad esempio – anche tutto il sistema delle denominazioni di origine Doc, Dop, Docg e Igp, legate per fama nazionale e internazionale al nome di tanti piccoli Comuni italiani. Del resto l’agricoltura di qualità e le nostre migliori produzioni tipiche, oltre ai servizi connessi, come il turismo enogastronomico, registrano punte d’eccellenza proprio nella fascia dei territori cosiddetti “minori”.

Queste e altre considerazioni hanno animato il dibattito tra i sindaci durante l’ultima Convention in Costiera Amalfitana (a inizio maggio), da cui esce adesso un documento interno che l’Associazione sta inviando a tutti i primi cittadini per formulare una nuova proposta di legge che vada nella direzione opposta a quella depositata in parlamento. Si tratta cioè non di fondere e cancellare i piccoli Comuni, ma di rafforzarli in rete con misure ad hoc come la compartecipazione efficiente dei servizi, la gestione associata di risorse straordinarie per obiettivi e progetti comuni e altre misure.

Città del Vino sta inoltrando a tutti gli enti locali associati un ordine del giorno per sottoporre il tema e le contromisure da prendere, anche all’attenzione dei Comuni più grandi chiamati a sostenere i più piccoli.

“Le fusioni devono essere un atto volontario delle comunità che intendono unirsi e non una misura imposta dall’alto  – afferma il presidente di Città del Vino, Floriano Zambon –. La fusione dei Comuni, quando non scelta consapevolmente dalle comunità locali, rischia di far perdere importanza, diritti e servizi. Inoltre un provvedimento che obbliga i Comuni a fondersi avrebbe anche buone probabilità d’essere giudicato incostituzionale. Per sostenere i piccoli Comuni e il loro rafforzamento– conclude Zambon – abbiamo già chiesto un incontro al ministro degli Interni Angelino Alfano insieme alle Città dell’Olio e ai Comuni Bandiera Arancione”.

La revisione dei confini comunali avrebbe un’immediata ricaduta anche sulle denominazioni di origine dei vini e su altre produzioni agroalimentari a marchio Dop e Igp, mettendo a rischio la tenuta formale dei disciplinari di produzione.  Basti pensare alle grandi denominazioni di origine che ricadono su piccoli territori e che portano il nome di tanti Comuni, la cui qualità ha reso questi prodotti famosi nel mondo.

Come dovremmo chiamare i vini più famosi d’Italia? Barolo di Barolo (739 abitanti) o della “frazione” di Barolo? Morellino di Scansano (4.500 persone) o della “località” Scansano? E il Barbaresco (670 abitanti)? Il Greco di Tufo (934)? L’Aleatico di Gradoli (1.479)? I vini della Costa d’Amalfi con le sottozone – oppure sottofrazioni o circoscrizioni?  – di Furore, Ravello e Tramonti? Nell’ordine: 837; 2.500 e 4.147 abitanti. Salva per ora Montalcino, che con 5.139 abitanti potrà conservare il titolo di Comune. Ma fino a quando?

“I piccoli Comuni identitari devono sopravvivere ai tempi – incalza Zambon – ad esempio promuovendo strutture snelle di associazionismo e coordinamento intercomunale per una maggiore omogeneità ed efficienza dei servizi pubblici o per politiche di area coerenti. L’autonomia comunale, l’identità, la cultura, la bellezza e la qualità della vita di gran parte del territorio italiano dipendono ancora dalle buone pratiche dei Comuni”.

Diversamente il rischio è che le campagne e le zone periferiche restino sempre più marginalizzate, con danni per l’agricoltura, il turismo, i servizi sociali e la manutenzione del territorio. Il timore è che gli incentivi finanziari alle fusioni risolvano al massimo solo qualche problema immediato, mentre la perdita d’autonomia sarebbe irreversibile. Nonostante queste ricchezze, le politiche nazionali e regionali negli ultimi anni si sono mosse nella direzione della riduzione del numero dei municipi, prima togliendo risorse finanziarie e ora sollecitando lo strumento delle fusioni, anche con incentivi.

Sindaci delle Città del vino: no alle unioni tra piccoli Comuni