Cannes, Pedro Almodovar: “I film sono la mia autobiografia”

Pubblicato il 19 maggio 2016 08.52 | Ultimo aggiornamento: 19 maggio 2016 08.52

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Cannes, Pedro Almodovar: "I film sono la mia autobiografia"

Pedro Almodovar presenta al Festival di Cannes “Julieta, un Almodrama familiare ispirato ai racconti di Alice Munroe Runaway. Una pellicola che risente dell’Almodovar di oggi, 66 anni, due operazioni un anno fa, un cambiamento di spirito:

“Sento il tempo, non è che mi senta vecchio, ma sono d’accordo con Philip Roth: la vecchiaia non è una malattia, e’ un disastro. Ti viene di pensare alla salute, ti senti fragile e io non pensavo di esserlo. Non sono nostalgico, ma mi mancano gli anni ’80, e’ una constatazione triste, ma e’ la sensazione che sto vivendo”.

Pedro Almodovar ha ammesso: “Ho sempre risposto no alle proposte di scrivere un’autobiografia e non ne ho autorizzata alcuna. La mia autobiografia sono i miei 20 film – dal fantastico esordio di Pepi, Luci, Bom e le altre ragazze del mucchio 1980 a Julieta 2016, passando per due Oscar per Tutto su mia madre e Parla con lei – sono loro a rappresentarmi perché la mia vita stessa sta nei miei film”.

Ecco che Julieta rappresenta quello che è Pedro oggi, maturo, non troppo allegro a dirla tutta: “Le donne, le madri sono sempre state centrali nei miei film e mi hanno sempre rappresentato. Vitali, generose, irruente, questa invece è la più vulnerabile che abbia mai raccontato, la sua è una resistenza passiva e disperata, si porta dentro un dolore indicibile – il marito muore ‘a causa sua’, la figlia adolescente sparisce e rompe i ponti con la madre per 12 anni – ha una vita in perdita che la mina come persona e nel finale diventa una specie di zombie”.

Come sempre ci sono i riferimenti cinematografici, “Pedro ti dice tutti i film che devi vedere – ha detto Emma Duarte – voleva che guardassi Ascensore per il patibolo per la camminata di Jeanne Moreau, Europa 51 di Rossellini, Quell’oscuro oggetto del desiderio di Bunuel e tanto altro” – ma Pedro Almodovar resta sempre al centro. “Alice Munro è una scrittrice che ammiro moltissimo, quando arrivi alla fine dei suoi racconti ne sai meno di quando li hai cominciato. E poi è una casalinga con 4 figli e scrive di notte, io pure sono un casalingo! Ma i suoi racconti li ho fatti miei, sono davvero poco fedele. Inizialmente avevo pensato di ambientare il film a New York, era già quasi fatta con la protagonista americana, ma non mi sentivo sicuro. Tutto mi riporta sempre a me: le madri in America quando una figlia va all’Università sanno che è l’inizio di una vita indipendente, in Spagna la stessa cosa non significa rompere il vincolo familiare”.

Nel film ci sono due Julieta, quella giovane, innamorata di Xoan e quella matura addolorata. “Ho dovuto spiegare a Adriana Ugarte come erano libere le donne degli anni ’80 rispetto ai tempi di oggi così diversi e ne ho fatto un personaggio aperto all’avventura. Julieta adulta, invece, vive la vita come un castigo e con una presenza enorme della fatalità. A me la causa effetto errore/castigo non piace, ma lei per la verità non ha fatto nulla per meritarsi tutte queste disgrazie, è un mondo feroce per lei”. (Ansa).