Gabriele D’Annunzio, quei 2000 bigliettini “maliziosi” alla cuoca Albina

Pubblicato il 7 maggio 2015 15.48 | Ultimo aggiornamento: 7 maggio 2015 15.48

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di Redazione LadyBlitz
 
Gabriele D'Annunzio, quei 2000 bigliettini "maliziosi" alla cuoca Albina
ROMA – Decine, centinaia, anzi migliaia di bigliettini che Gabriele D’Annunzio scriveva ad Albina Becevello, la sua cuoca personale che gli fu accanto per circa 25 anni. Tra tutte le donne che hanno accompagnato la vita di D’Annunzio forse la cuoca del Vittoriale è una delle figure più umili e tenere, un personaggio che volente o nolente vivrà sempre di luce riflessa dei più di 2000 biglietti che il poeta, inguaribile grafomane, le ha fatto recapitare in cucina durante il suo servizio. Il 10 maggio sarà presentato al Vittoriale il volume che li raccoglie tutti, un dipinto inedito e indubbiamente originale di D’Annunzio. Rita Sala scrive sul Messaggero:
“A Suor Albina/ che fa la galantina/ e fa la gelatina/ e fa la patatina/ e fa la minestrina/ e il petto d’Agatina, / tutto alla Buccarina,/ con l’arte sua divina!».
Gabriele D’Annunzio, nel febbraio del 1923, alla vigilia della ricorrenza della Beffa di Buccari (avvenuta cinque anni prima), scrisse questi versi scherzosi, quasi una filastrocca infantile, decantando le arti di Albina Becevello, la sua cuoca, imperatrice della cucina del Vate fin dai tempi di Venezia. durante la prima Guerra Mondiale”
I 2000 biglietti dedicati alla cuoca:
“Per lei, nel corso degli anni, vergò su carta semplice o su carta intestata (possedeva una vasta gamma di fogli e biglietti con sopra stampati i motti che amava, da Memento audere semper ad Ardisco non ordisco) ben duemila comunicazioni. Albina, dopo la morte del padrone, non li portò con sé a Brescia, nella Casa di riposo delle Figlie di San Camillo, dove si ritirò a trascorrere gli ultimi anni di una vita invero breve (se ne andò ad appena 58 anni). Lasciò tutto al Vittoriale, così che la copiosa corrispondenza culinaria di D’Annunzio fu in seguito accuratamente catalogata e archiviata”
Il presidente della Fondazione Vittoriale degli Italiani Giordano Bruno Guerri -scrive Rita Sala– ha raccontato il libro dedicato ai bigliettini di D’Annunzio, “La cuoca di D’Annunzio. I biglietti del Vate a “Suor Intingola”. Cibi, menù, desideri e inappetenze al Vittoriale” di Maddalena Santeroni e Donatella Miliani, in libreria dal 12 maggio (Utet edizioni, 160 pagine, 14 euro):
“Sono pagine godibilissime. Rivelano lo stretto rapporto del Vate con una femmina dalla quale, date le abbondanti misure di cui era dotata, non fu mai eroticamente attratto. Ma che rimase accanto a lui per un quarto di secolo con la devozione di una schiava, accontentando ogni sua richiesta”
Albina Becevello veniva da un borgo del Trevigiano, Paese. In realtà era nata a Carbonera nel 1882 e si chiamava Lucarelli. Nulla si sa dei suoi genitori. A otto anni la piccola orfana era stata accolta nella casa dei Becevello, una famiglia di mezzadri, che in seguito l’aveva affiliata.
Di cosa parlano i bigliettini? Si legge sul Messaggero:
“«Una volta – racconta Guerri -, per premiarla di una frittata particolarmente ben riuscita, regalò a Suor Intingola duemila lire, all’epoca corrispondenti a due volte lo stipendio di un impiegato di concetto». Ai messaggi a lei indirizzati il poeta affidava i propri gusti, palesi e segreti, fondamentalmente semplici, spesso monomaniaci. Amava le uova sopra ogni altro alimento, uova sode e uova in frittata: non a caso al Vittoriale, perché fossero sempre a disposizione, aveva fatto costruire un grande pollaio. «Cara Albina – scrive l’8 marzo 1932 – più tardi avrò una donna bianca sopra un lino azzurro. Le donne bianche, dopo gli esercizi difficili, hanno fame. Ti prego di preparare un piatto freddo col polpettone magistrale…». Oppure: «Dilettissima Suor Albina, tu avevi superato tutti i grandi cuochi moderni. Con la perfezione del pollo di Beauvais tu hai superato i più famosi cuochi antichi. Ieri, entrando in me, quel pollo ridiventava angelo, spiegava le ali e si metteva a cantare le tue lodi: Laudate, Ventriculi, Sanctam Albinam, coquam excelsam!».
Uova, dicevamo. E poi dolci esotici, vini speciali, cioccolatini, frutti rari («La frutta di D’Annunzio arrivava da Milano, sceltissima. Non esisteva stanza, al Vittoriale, che non avesse in bella vista una cesta di frutta»). I pasticcini erano invece per le amanti, che Gabriele riceveva nella stanza della Musica, o per le cosiddette Badesse, la moglie Maria di Gallese, ad esempio, per le quali faceva apparecchiare nella sala da pranzo, detta “della Cheli” dal nome della tartaruga regalata al Vate dalla marchesa Luisa Casati Stampa e fatta riprodurre (il guscio è quello originale) dopo che era morta per un’indigestione di tuberose”.
Il controverso rapporto di D’Annunzio con la tavola:
«D’Annunzio – continua Guerri – non mangiava mai con gli ospiti. Si faceva servire nella stanza della Zambracca, ora in mostra alla Triennale di Milano in occasione dell’Expo. Sulla scrivania stessa alla quale accusò il malore di cui morì, sontuosamente apparecchiata con vasellame pregiato, bicchieri di Murano e argenteria preziosa, consumava i cannelloni di Albina, per i quali andava matto, carni fredde, patate fritte, cotolette sottili sottili, altra specialità della cuoca. E ovviamente frittate. “Cara Albina – scrive una domenica – questa tua frittata, dopo tante altre frittate mediocri, è sublime. Te lo dice un conoscitore, che ha saputo fare le più belle frittate del mondo, cosicché alcune – per testimonianza di quel fesso di San Pietro – sono in Paradiso le raggianti aureole di Vergini martiri, se tu credi alla verginità. Accetta questo tenue segno di riconoscenza”.
Perché il Vate mangiava in solitudine? Non voleva mostrare agli ospiti la dentatura guasta, i denti cariati e scuri, l’«antro nero» di cui si vergognava. In più, considerava l’atto del mangiare una cosa antiestetica, un semplice riempire “il triste sacco”».